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lunedì, dicembre 11, 2006

Bio Doll qui!

Oh!!! Ed ecco che la BioDoll, la bambola clonata a uso e consumo del pubblico che ama uscire
dagli schemi...ha deciso di infiltrarsi nel blog di HK e QUI di giocare con l'erotico e la sessualità. :)


79 Comments:

At 11:24 PM, Anonymous Anonimo said...

LI HAI RACCOLTI STI POMODORI SI O NO???

 
At 12:11 PM, Blogger DaMe` said...

Ma dove vivi?
E secondo te?
Stiamo a dicembre...!
Ma va va...! :) :) :) :)

 
At 12:05 AM, Anonymous Anonimo said...

TI AMO BUONADONNA, TI AMO!

 
At 12:07 AM, Anonymous Anonimo said...

Che poi sei magnifica. Nel senso. Ti sei fatta il pesto fresco. E poi lo congeli. Cioè. Come direbbi tu... Ma va va va...! :) :) :) :)

 
At 12:09 AM, Anonymous Anonimo said...

Comunque TI AMO!
Amo te!
Amo i tuoi pomodori!
Amo il tuo basilico appena colto!
Amo l'odore del tuo pesto congelato!

Amore mio Dame', TI AMO!

 
At 12:56 AM, Blogger DaMe` said...

Ok Ok Ok...calma!
ma se ti dico che faccio pure i barattoli di melenzane sott'olio? Che succede? E se ti dico che faccio anche i barattoli di "giardiniera"?
Poi morirai d'amore? Ma lo sai vero cos'è la giardiniera?
Un misto di melenzane, peperoni, cipolette, carotine...vabè..che ne vuoi sapere tu! :) Tu vuoi fare i pomodori a dicembre! :D

Comuqnue sì...amami amami pure...Certi sentimenti non li rifiuto mai soprattutto di questi tempi, con l'aria che tira! ;)
Però....se hai tempo, amore...perchè non seduci la dolce e irresistibile Bio Doll? :D

 
At 10:26 AM, Anonymous biodoll said...

allora cosa ci faresti con i pomodori?
mmmhhhh???
li hai mai raccolti tu?
come si fa ,bisogna pigarsi?
kiss con la lingua?
bio doll

 
At 8:37 PM, Anonymous Derrick de Kerckhove said...

Nelle tue performance, l'uso di un corpo espanso ed ibridato permette di sovvertire codici sociali e culturali. Che significato assume per te l'idea di hackerare il corpo?

 
At 9:15 PM, Anonymous Anonimo said...

Qualunque sia la sua opinione, IO LA AMO.

 
At 10:13 PM, Blogger DaMe` said...

:)
Ma cccchhhhhiiiii sssseeeeiiiii! :)
Non si può amare davvero qualcosa o qualcuno che non si conosce! :P

 
At 10:38 PM, Anonymous Anonimo said...

Cercate di non fare più scherzi ragazzi. Vi ho beccati già più di una volta che tentavate di infiltrarvi sul nostro sito:

www.iquindici.org

Tanto potete provarci in tutti i modi ma non ci riuscite mai. Dopo i vostri giochini torna tutto come prima. E dai lasciate perdere!
Non siete capaci. Almeno foste capaci ci potremmo divertire.
Fate altro nella vita!

 
At 11:32 PM, Blogger DaMe` said...

Io mi sto già...molto...divertendo! :)
E comunque se non ti riesce a divertirti con penetrazioni a tuo avviso non riuscite, :D
c'è sempre la seduzione virtuale di Bio Doll..
Provare per credre! :):)

 
At 9:30 AM, Anonymous Anonimo said...

Le "penetrazioni" non sono riuscite perché il sito dei Quindici è ancora in piedi e gode di ottima salute. Quindi dovete affinare le vostre "penetrazioni", ma temo che non ne siate in grado.

PS
Siete solo riusciti a sostituire la home page per qualche istante. Mi fate ridere... Lasciate perdere... Poppanti!

 
At 8:27 AM, Anonymous Marcel.Lì Antunez said...

La mente y el cuerpo son una sola cosa. La cultura es
consecuencia de la evolución biológica. En cierto modo la
cultura es un proceso biológico. Nuestra realidad biológica se expande gracias a la una facultad privativa de nuestra especie, la inteligencia abstracta, que permite el lenguaje. La computación es lenguaje. El cuerpo expandido e hibridizado es un cuerpo ampliado por el lenguaje. El lenguaje es una trascripción de la realidad y en cierto modo su prótesis. El cuerpo biológico se expande a través de las prótesis culturales, en mi caso exoesqueletos mecánicos, dreskeletons, sistematurgias, etc.
Hackear el cuerpo podría suceder en el ámbito de sus prótesis
culturales.No obstante hay algo mas que prótesis, la genética, la biotecnología y la farmacopea, por poner un ejemplo inciden sobre nuestra interna y en el caso de la genética sobre nuestra forma futura. Tiendo a pensar que estas tecnologías se formularan desde el
respeto del cuerpo y su mejora. No tanto sobre la creación caprichosa o accidental de Monstruos, a no ser claro esta que tenga una duración efímera y sin efectos secundarios. Hoy soy una sirena, mañana un centauro, por ejemplo. Supongo que Hackear (para mi sinónimo de crear) nuevos cuerpos, mientras sucedan en marcos que permitan reversibilidad y no tengan efectos secundarios, pues,...

wellcome!

 
At 11:17 PM, Anonymous Anonimo said...

stupid guy

hack me if u can !! www.212cafe.com


if u can i will pay u $1000 by paypal (if i don't pay. u can delete all of my data)

my email : g9.8m.s-2@hotmail.com

 
At 12:58 PM, Anonymous ivy phoenix said...

Derrick de Kerckhove?
scusate ma è quello il mio mito... grande filosofo..!!
non me ne voglia la bambolina..

ciao Damè.. Buone Feste!

 
At 6:22 PM, Blogger DaMe` said...

si si, piccola eleonora :)
è proprio lui....
:)

 
At 10:36 PM, Anonymous biodoll said...

mmmhh ...be' se e' lui il tuo mito possiamo sempre fare una cosa a tre ..che dici?
questo e' un altro posto senza censura :-)
kiss con la lingua
biodoll

 
At 11:51 PM, Anonymous Anonimo said...

Non ho capito perché dovete hackerare proprio il nostro sito, che la pensa come voi (non è una sviolinata).
I Quindici e Wu Ming sono molto perplessi.

 
At 12:00 PM, Blogger DaMe` said...

Dubito che wu ming sia perplesso perchè qui non si hackera nessuno...e lo sanno molto bene...tutti.
Poi..sto VOI...che cavolo significa? Se alcuni di voi sapessero realmente dov'è che stanno scrivendo eviterebbero di dir cazzate a raffica...:)
Auguri ;)

 
At 10:33 PM, Anonymous angel_f@biodollsmouse.mobi said...

conosco molte persone che credono che ogni giorno vengono pubblicati sul web.
ma contemporaneamente si sviluppò una forte critica delle forme del sapere, l'allargamento della critica.
tu, utente, spettatore, lettore che hai ripreso il controllo dell’information age, gli altri.
tu, utente, spettatore, lettore affezionato del manifesto di mcluhan che questo movimento sia dannoso perchè distrugge le storie, pensa e crea per un po'.
è una rete di reti, attraversata da altre menti. in un video, si cerca di mescolare forme diverse.
s’aprono armadi, ante, cassetti, un vecchio software. il loro codice.

 
At 12:11 PM, Anonymous Daniele Scarpa Kos said...

La commissione “tecnico – scientifica” della Punta della Dogana.

Molto si è discusso sull’assegnazione degli spazi della Punta della Dogana, poco invece è stato detto sul comitato tecnico - scientifico di esperti che deciderà in merito alla complessa vicenda.
Il comitato di esperti presenta a mio avviso vistosi vuoti; la sua composizione lacunosa dimostra come gli artisti sono esclusi dai meccanismi decisionali nelle questioni che contano nell’arte contemporanea.
Bonito Oliva è un critico d’arte di fama e valore, tuttavia è una figura che nello scenario della produzione culturale veneziana ha lasciato tracce episodiche collegate ad eventi istituzionali di grande richiamo (Biennale ecc…), inoltre, pur essendo un teorico critico verso il sistema dell’arte, non pare particolarmente interessato, oggi, alla sopravvivenza della produzione culturale della città. Vediamo, tra gli altri, nomi di rappresentanti dell’Università, una comunità di intellettuali con la quale ho frequenti contatti, grazie al mio lavoro di artista visivo: certo vi si trovano persone stimolanti e sensibili, ma per lo più si tratta di dotti cerebrali privi di idee innovative, e molto calcolatori. Alcuni di questi personaggi, che avevano in passato espresso apprezzamento per il mio lavoro, da quando intervengo su giornali e altri media esprimendo le mie opinioni e partecipando a quel dibattito sulla “produzione culturale locale” i cui effetti positivi sono sotto gli occhi di tutti, mi hanno persino tolto il saluto, cioè sono parte attiva del clima omertoso che deve subire chi, a Venezia, fa cultura seguendo vie indipendenti che si distaccano dal conformismo generale.
Non vi sono più molti artisti di prestigio a Venezia? Suvvia, se i politici hanno da tempo deciso di trasformare la città in un paradiso di bed & breakfast piuttosto che un laboratorio di cultura, non è difficile pronosticare come in futuro i vuoti da riempire (conseguenza di scelte politiche errate) saranno sempre più estesi, e non solo in quei “comitati tecnici” frutto di una visione museale della cultura, dove la forza propulsiva della creatività e dell’utopia sono escluse.

 
At 11:20 PM, Anonymous Francesco said...

Ciao, non so chi sia che fa lo spaccone sfidando a "forare" iquindici.org: posso garantire comunque che non si tratta del webmaster de iQuindici perchè... semplice: sono io!
Ho una mezza idea relativamente ad un troll che ci ha tediato a lungo: non mi stpirebbe fosse a caccia di vendette. Se è lui mi dispiace per voi: è appiccicoso come una gomma masticata e fastidioso come un'orchite.
Non ho molto altro da dire, solo che non amo che qualcuno parli (a sproposito) per me.
Ciao

 
At 6:22 PM, Blogger DaMe` said...

Personalmente ... non avevo alcun dubbio che il "tale" fosse uno spaccone. :-)
Non so però perchè mai ha scelto questo spazio per dar libero sfogo ai propri deliri.
Comunque sia...lunga vita a IQuindici e lunga vita anche a noi! :-)

 
At 2:22 PM, Anonymous Francesco said...

Grazie del "lunga vita" che ricambio certamente!

 
At 2:04 PM, Anonymous angel_f said...

dimostriamo che c’e molto altro dietro la bocca e orecchio nel braccio, bocca e orecchio nel modo assai semplice.
*l'utilizzatore tipo* risulta essere piuttosto istruito, residente al nord, prevalentemente di sesso femminile.
senza doversi alzare, e interagire con tutti di consensi per curare problemi maschili
all’onu impiegano ex-hacker per il vecchio in preghiera, rumore di guerre che da altri pianeti sembra di intravedere
insomma questa clonazione dei nuovi cittadini protagonisti dell’era informatica, lo chiedo perchè ti sembra di avvisare il medico nel caso questi giorni, le garzantine del rapporto.
basta pensare dio salvi internet dagli ingegneri…. concretamente, come masse fisiche.
sicché lui diceva” the code is law”, il codice proprio e’ gia’ un simbolo della legge.
eccoti qui finalmente. gliel'ho detto, i mezzi connettivi sono legati alla responsabilità pubblica.
insomma questa clonazione dei messaggi e' gia' una felicita' superiore a nessuno.

 
At 7:45 AM, Anonymous Anonimo said...

e ad un tratto svanì

 
At 9:29 AM, Blogger DaMe` said...

Una "katana" ha di nuovo chiamato a sè...e poi una "seconda" vita" ha curiosamente irretito a sè.....
Ma come svanì così tornò...

 
At 4:51 PM, Anonymous angel_f said...

taste and smell cannot be too far behind. camus would want.
eventually, by thousands of digital culture that have taken away, in case they had announced the hotel is sporadic.
il paese a fuoco i temi reali dello scontro politico.
faith is l'ancoraggio alla continuità di frequentazione con l’utente.
dio salvi internet tradizionale, con finestre e testi, comunica assai semplice.
bio doll. vorrei farlo anche da publicidade.
caspita un robot che formano un nuovo sistema nervoso che formano un nuovo sistema nervoso che ogni giorno vengono pubblicati sul web.
staccare la spina e l'elettricita del mondo ,per dire io adesso,noi adesso però visione d'insieme.
avete avuto nelle carezze che lisciano l’occhio e tornerò, ma senza arrivare.
ti dico chi non ha capito come nel bene e raccontare un’altra storia.
the code is law”.
giusto per accumulazione. cosi' mi piacerebbe.

 
At 1:34 PM, Anonymous Daniele Scarpa Kos said...

Il comitato presieduto da Bonito Oliva ha decretato la parità per la Dogana: un sottile calcolo di furbizia. Perché a Bonito Oliva dovrebbe interessare Venezia e il futuro degli artisti che ci vivono? Non scherziamo. Quale può essere, invece, il punto di vista sulla questione da parte della produzione artistica del territorio (che non è stata interpellata)? A mio avviso dalla Guggenheim c’è ben poco sperare, per noi artisti. Caldogno-C4 così com’è oggi serve soprattutto alla carriera del critico curatore (qualcuno lo ha spiegato a Galan?). La P.Guggenheim.Collection è un museo che conserva bene i dipinti di Peggy, ma non il suo spirito creativo: l’interazione con la produzione artistica del territorio è quasi nulla; persino nel bookshop l’unica documentazione su quest’ultima si limita ai libri della moglie del direttore. Si, con Guggenheim sappiamo come andrebbe a finire. Allora proviamo con la Francia, almeno si rischia di portare a casa qualcosa.

 
At 1:34 AM, Anonymous Anonimo said...

dvara down? che è successo? :(

 
At 9:56 AM, Blogger DaMe` said...

Uffà...ultimamente capita spesso! ;(
E che dovremmo sistemare parecchie cose e il tempo manca. Comunque Luca sta risistemando tutto. Tra breve dovrebbe essere di nuovo online.
Mi dispiace molto...ma non temete...HK ci sarà sempre costi quel che costi..Speriamo che non costi molto però! :) :)

 
At 8:32 PM, Anonymous daniele s kos said...

Beh BioDoll io i tre della commissione tecnica per Punta della Dogana li avrei chiusi a chiave con te (Bonito Oliva compreso) nella stanza delle scope....finchè non decidevano.....

 
At 7:28 PM, Anonymous derrick de Kerckhove said...

Si potrebbe fare street art nel virtual space, nel ciberspazio ?

 
At 7:32 PM, Anonymous Vittorio Sgarbi said...

Beh, risolverebbe molti problemi ,perchè, indipendentemente dall’impegno dei graffitiisti, la polemica nelle città,in Italia ,ormai è ovunque; verte sul fatto che gran parte di questi interventi siano sgraditi sia a quelli che abitano gli edifici, sia alla pubblica amministrazione che li vede come esempio di un’ inciviltà e una mancanza di rispetto, ovviamente indiscutibile quando agiscono su edifici storici .La mia teoria è che quando agiscono su edifici di periferia che sono di particolare grigiore e bruttezza, non possono che migliorarne l’aspetto .
Però, il tema dei graffitisti è fondamentalmente l’esproprio di spazi indisponibili ed è quindi un’azione trasgressiva che per altro è
perfettamente legittimata dalle avanguardie del Novecento : le avanguardie del Novecento si muovono sempre al limite .Non so, il taglio
della tela di Fontana , l’orinatorio di Duchamp sono dei segnali di trasgressione evidente.
E allora in coerenza un artista di strada che agisce sul muro che non è suo , non e’ molto diverso da Fontana o da Duchamp; soltanto che se
agisce su un muro insignificante puo’ fare un’opera importante , se agisce su un edificio storico puo’ fare un danno. Sarebbe come se Fontana pensasse di poter fare un taglio su un dipinto di Caravaggio. Il fare tutto questo di cui stiamo parlando in uno spazio cibernetico , in uno
spazio non materiale, potrebbe da un lato contemperare le sigenze estetiche e dall’altro non creare nessuna polemica possibile .
Il problema è che l’artista di strada non sia un mendicante, un drogato, un barbone, un pellegrino, un uomo che odia i computer e cioè qualcuno che ha bisogno del rapporto fisico con lo spazio che non è suo e quindi
sia difficile riuscire a portarlo in uno spazio aereo perche è probabile che per lui la strada sia come l’acqua per i pesci ; sarebbe come dire ad un nuotatore che invece di nuotare nell’acqua , nuoti nello spazio.Quindi è probabile che i graffitisti partano proprio dalla necessità di fare un atto illegale , l’illegalità sia la radice del loro agire artistico.

 
At 7:33 PM, Anonymous Derrick de Kerckhove said...

Che non è assolutamente il caso per esempio in Second Life,perche ci sono artisti che commettono azioni illegali come xdxd o altri.
Parlando del barbone e degli altri, pensi che gli artisti che usano internet o il digitale preferiscano essere fuori dal sistema dell’arte piuttosto che contro ?

 
At 7:35 PM, Anonymous Vittorio Sgarbi said...

beh, mi pare che sia la soluzione migliore perche essere contro qualcosa vuol dire sentirne il potere e sentirne il vincolo, anche nel contrasto;
essere fuori di qualcosa vuol dire riuscire a sfuggire ad una rete senza sentirne neppure il rischio. Quindi probabilmente non potendosi
immaginare in che modo il mercato possa aggredire l’impresa creativa di chi si muove in questa dimensione , è probabile che sia risolto il
problema nelle istanze di chi come Piero Manzoni aveva fatto la merda d’artista pensando che essa non potesse essere mai catturata dal mercato.
In realtà il mercato l’ha catturata e gli ha dato un prezzo. E' probabile invece che questo spazio non materiale sfugga veramente alla logica del mercato e che quindi ti ponga di essere piu’ fuori che contro ...è una condizione di assoluta libertà.

 
At 8:43 PM, Anonymous Derrick de Kerckhove said...

Ma con lo stesso coraggio di supportare i graffititisti, sei anche interessato a promuovere l'arte digitale nella coscienza pubblica?

 
At 8:45 PM, Anonymous Vittorio Sgarbi said...

Si puo’ parlarne; certamente è una dimensione che gli artisti conoscono e frequentano già e che le istituzioni non hanno ancora sufficientemente osservato ;quindi le istituzioni talvolta arrivano ,quando ormai il percorso è stato compiuto .
In questo caso compiere un tratto di strada in comune con quelli che si muovono in questo spazio è certamente un’opportunità .

 
At 8:46 PM, Anonymous Derrick de Kerckhove said...

Milano ne trarrebbe qualche lustro da questo e diventerebbe un punto di riferimento per altri luoghi. Torino e Milano sono in competizione e fanno le cose piu’ interessanti sul piano dell’arte interattiva e questo sarebbe utile .
Pensi che il museo e la galleria continuino ad essere pertinenti per l’arte su rete?

 
At 8:48 PM, Anonymous Vittorio Sgarbi said...

No.
Il museo è un luogo alienato perche comunque in un museo uno non sta mai come a casa sua.
La forza di internet è di mettere nelle condizioni di avere il mondo in casa , in una dimensione avveniristica . Quindi mi pare che il modo di comunicare possa prescindere tranquillamente dai musei, sarebbe come pregare in una chiesa invece che pregare in casa, cioe’ il fare uno spostamento che investe non piu’ la tua intimità ma i comportamenti sociali .Andare in un museo è bellisssimo quando non puoi farne a meno, come andare in santuario a vedere quel santo , a vedere quella reliquia ; vai in quel museo a vedere la reliquia di quel pittore , ragion per cui devi andare li’ per vedere Mantegna o Caravaggio ...ma se tu potessi avere Caravaggio o Mantegna a casa perchè dovresti andare in un museo ?
Quindi un museo in questo caso può essere un luogo di confronto , ma non è un luogo necessario alla creatività e neanche al piacere.

 
At 8:49 PM, Anonymous Derrick de Kerckhove said...

Mc Luhan diceva che le università dovrebbero spostarsi negli aeroporti perche c’è un gran passaggio di persone. Ma tu credi che anche le istituzioni culturali, artistiche del genere debbano trovare spazio in tutti i luoghi di trasporto, come a Parigi per esempio nel subway ?

 
At 8:51 PM, Anonymous Vittorio Sgarbi said...

Sul metro ho cominciato qui a Milano con delle pitture o graffiti da metro, poi ho fatto un impresa a cui ho dato il patrocinio sul “Treno dell’Arte”, cioè mettiamo le opere d’arte sul treno.A Malpensa ho individuato uno spazio in cui chi arriva a Milano vede opere d’arte dei musei di Milano e la prima mostra che ho fatto e’ la mostra de ”Les Damoiselles d’Avignon” di Picasso di cui abbiamo una versione nei musei di Milano e che ho esposto a Malpensa e di cui ho fatto un catalogo .

 
At 8:52 PM, Anonymous Derrick de Kerckhove said...

Pensi che la rete diviene un nuovo locus , un nuovo posto, un nuovo luogo per la creazione ma anche per il displacement?

 
At 8:53 PM, Anonymous Vittorio Sgarbi said...

Si,si non dubito che la cosa sia già avvenuta , comunque sia in corso; d’altra parte l’uso della terminologia che normalmente era legata ai siti archeologici e cioè quella di indicare un luogo fisico dove ci sono le rovine di una città, è stata traslata in ambito dei media con la parola il “sito”, il mio sito, il tuo sito, qual’è il tuo sito.
La parola sito è passata dalla dimensione fisica a quella immateriale, però sito è una parola che è stata usata fino a 20 anni fa soltanto per i siti archeologici. E’ evidente che un sito in uno spazio immateriale determina uno spazio mentale ,e’ uno spazio vero e proprio , è uno spazio che uno puo’ dominare senza muoversi da casa sua ;è in sostanza una presa d’atto, tanto che la terminologia lo sottolinea.

 
At 8:54 PM, Anonymous Derrick de Kerckhove said...

Stai pensando ad una strategia per integrare questa nuova modalita’ dell’arte dentro la rappresentazione culturale in generale?

 
At 8:58 PM, Anonymous Vittorio Sgarbi said...

No, appunto non ci ho pensato ma ne hanno parlato e il confronto con te conferma il mio prendere atto di iniziative di questo genere e alla possibilita di trovare un’ accordo con l’istituzione pubblica che puo’ trarne vantaggio e dare vantaggio a queste iniziative, e’ una cosa che si puo’ costruire.

 
At 9:00 PM, Anonymous Vittorio Sgarbi said...

Nel momento in cui decidiamo di fare questa cosa che cosa puoi fare tu per Milano , non intesa come una città ma come un luogo della mente che attivi questa iniziativa?
E’ chiaro che la cosa deve essere più che guidata da me che invece sono quello che l’accoglie, proposta da chi si muove in questo ambito, in questo caso sei tu .
Quindi che proposta puoi fare al comune di Milano che diventi utile perchè nasca qualcosa?

 
At 9:00 PM, Anonymous Derrick de Kerckhove said...

Ma sono due , tre almeno .
Prima di tutto farei anche io street art , ma non nello stesso modo.
Immagino grande mostre interattive che fanno uso dello spazio di Milano .
Lo spazio di Milano e’ interessante e ci potrebbero opere d’arte interattive per un grande pubblico che capisca e che sia capace di interagire con le opere .
Un ‘ altra sarebbe di creare una presenza nella candidatura verso il 2013 che crei una collaborazione stabile.
Adesso Nizza si presenta in Francia , quindi sarebbe utile di ripredere il nostro progetto con questa citta e non con Toronto che e’ sempre un poco sordo.

 
At 9:01 PM, Anonymous Vittorio Sgarbi said...

Poi e' nato garibaldi a Nizza!

 
At 9:02 PM, Anonymous Derrick de Kerckhove said...

Meno male !
Poi c'e' un'altra cosa, la tematica tu non la conosci se Milano si presenta ?

 
At 9:03 PM, Anonymous Vittorio Sgarbi said...

Si ,la tematica e' quella del cibo .

 
At 9:04 PM, Anonymous Derrick de Kerckhove said...

Del cibo,ah!
Per Nizza e’ la luce , chiaramente , il mare e...il baroque !
Perche il baroque?
Io sono contentissimo ,io amo il new baroque , la nostra epoca artistica la chiamo il new baroque .
Devo fare un festival a Sophia Antipolis in giugno dell’anno che viene su queste tematiche e l’ultimo tema e’ le vivant e l’artificiel .
Queste sono due cose , piu ancora c’e’ quella del villaggio globale e dell’educazione permanente di una citta all’arte ma anche alla comunicazione ma anche alla modernita, la contemporaneita’ per dire una parola meno pesante .
Sarebbe molto interessante!
Ma se tu mi dici di pensare ad una strategia specifica, la prima cosa che sarebbe da fare e’ di parlare con artisti milanesi, che non sono pochi , o della Lombardia in generale, di creare un teamwork per sfruttare la loro massiccia presenza e dopo pensiamo ad una strategia specifica che contenga una dimensione pubblica , ma anche di produzione creativa , anche di connessione con il resto del mondo..
Collaborazione sempre, creare reti di centri di eccelenza senza spendere un sacco di soldi pur arrivando a una vera collaborativita’ .
Io non so, ma Milano e’ da sempre conosciuta per Domus Academy per esempio nel mondo del design...facciamo la stessa cosa sul piano dell’arte digitale , interattiva , hacktvismo, tutte le cose che vengono fuori adesso , creare una grande impresa del genere , no?

 
At 9:05 PM, Anonymous Vittorio Sgarbi said...

Abbiamo inaugurato e ho fatto la conferenza stampa di “Milano Doc Festival ” in cui si parla del documentario sulle questioni soprattutto dell’arte; si potrebbe avere anche un settore in cui la creativita’ si esprime attraverso questi nuovi strumenti .Potemmo cercare di trovare un canale aperto ..

 
At 9:06 PM, Anonymous Derrick de Kerckhove said...

Bene,sarebbe molto carino!

 
At 3:03 PM, Anonymous daniele scarpa kos said...

Vettese contro gli artisti.

Riporto qui un intervento di Angela Vettese contro Interno 3 pubblicato sul Gazzettino anni fa: leggetelo. E’ grazie all’oblio su documenti come questo che certi intellettuali mantengono la loro credibilità. Quanto, contrariamente alle deboli argomentazioni di Vettese, le obiezioni di noi artisti fossero giuste e motivate lo dimostrano, a distanza di anni, i fatti. C’è anche la mia lettera del febbraio 2004 che ha dato il via alla polemica. Non si capisce come chi ancora nel 2005 difendeva ipocritamente il sistema dell’arte internazionale possa poi partecipare ad un’istituzione dedicata ad artisti veneti come il “Padiglione Venezia” all’ultima Biennale . Un intellettuale non è tenuto ad essere coerente?

Il Gazzettino. Martedì 9 marzo 2004
“Una reazione frutto di ambizione frustrate” di Angela Vettese
Il gruppo di artisti denominato Interno 3 avrebbe desiderato la gestione della spazio Contemporaneo a Mestre, cosa che nei recenti anni di vacanza già stava accadendo. L’assegnazione da parte dell’assessorato alla Cultura del sito ad altra istituzione non poteva che scatenarne il disappunto. Spero però che le capacità manipolatorie di Interno 3 non arrivino là dove sembrano dirette, cioè a creare una rivalità pretestuosa tra due assessorati, Politiche Giovanili e Cultura, che hanno invece le carte in regola per collaborare. Nell’articolo del Gazzettino, sicuramente in buona fede, pubblicato mercoledì scorso, la portavoce di Interno 3 Laura Riolfatto lamenta la scarsa pregnanza dei progetti alla giovane arte triveneta da parte della Fondazione Bevilacqua La Masa, che presiedo e a cui appunto l’assessore Armando Peres ha ritenuto do affidare il Contemporaneo. A nulla vale che siano stati avviati un servizio di archivio giovani artisti, uno spazio giovani con forum non censurato nel nuovo sito internet, contatti con Università e Accademia, ospitalità ripetute a gruppi di giovani artisti che operano a Venezia. L’unico punto su cui sarebbe doveroso lamentarsi (ma Interno 3 non lo fa) è la mancanza di un valido sostituto agli atelier di Palazzo Carminati, la cui chiusura per restauro è gravemente lesiva del lascito morale di Felicita Bevilacqua La Masa.
I motivi di tale rancore sono, oltre a vedersi sfumare la gestione del Contemporaneo, anche di carattere personale: avendo partecipato per due anni alla selezione della “nostra” collettiva annuale, le opere di Interno 3 sono state eliminate dalla giuria (come del resto quelle di miei allievi, amici e collaboratori); al gruppo risulta inoltre inviso, per motivi privati, il curatore Stefano Coletto a cui è stata delegata dalla BLM la cura del Contemporaneo. Stupisce che Interno 3 cerchi comunque contatti con la Fondazione medesima. Il gruppo ha richiesto e ottenuto il patrocinio della Fondazione per l’iniziativa al Contemporaneo “I care because you do”. Ha partecipato, come già detto, a entrambe le ultime selezioni per la collettiva annuale; ci ha fatto pervenire una lunga lista di proposte proprio in merito alla programmazione del Contemporaneo (che è stata loro richiesta da Marco Ferrarsi del nostro staff, come prova la loro e-mail di risposta che riporto in calce).
D’altra parte, un rappresentante di Interno 3 si sarebbe vantato con Coletto di aver riempito il nostro forum in Internet (non censurato) di proteste a firme anche anonime sull’assegnazione della sede di Mestre. Non ha importanza il caso in sé: la stessa incoerenza di comportamento dimostra come la reazione di Interno 3 sia frutto di ambizioni frustrate. Ribadisco quanto detto all’inizio: il punto che mi sta cuore sottolineare è che dall’articolo apparso sul Gazzettino si evince il tentativo di contrapporre la politica di due assessorati, alla Cultura e alle Politiche Giovanili, così come tra la Bevilacqua la Masa e il GAI, l’archivio giovani artisti del Comune, retto con determinazione e coerenza da Rossana Papini. Più volte anzi ci siamo promesse di collaborare, anche alla presenza dell’assessore Paolo Cacciari, e il Contemporaneo potrebbe essere l’occasione giusta per farlo. Soprattutto, sarebbe ridicolo che tali contrasti nascessero con motivazioni di tale pochezza umana e culturale.

Il Gazzettino. Sabato 28 febbraio 2004
“Bevilacqua La Masa snobba i giovani artisti” di Daniele Scarpa Kos
Alcuni mesi fa il curatore dell’archivio della fondazione Bevilacqua La Masa mi chiese una cartella di documentazione dei miei dipinti da spedire all’archivio di Via Farini a Milano ed una seconda da inserire in quello della fondazione. Per me è stata una sorpresa perché dalla maggiore età in poi non ho più partecipato alle collettive della Bevilacqua né ho mai fatto richiesta di uno studio a Palazzo Carminati. Il responsabile dell’archivio aveva visto alcuni miei quadri anni fa ad una collettiva di artisti alla Querini Stampalia.
Ho sempre preferito osservare con un certo distacco (da spettatore attento) questa importante istituzione che documenta gli sviluppi contemporanei di una tradizione culturale unica, ma l’invito mi dà lo spunto per considerazioni chi vi voglio proporre.
L’idea di un archivio che sia anche mappatura degli artisti presenti sul territorio è giusta e forse necessaria, così come l’apertura alla realtà internazionale può avere degli effetti di ritorno positivi, però bisogna dare uno sguardo più generale a tutta la programmazione 2004 della Bevilacqua.
In una vetrina così ricca di proposte non ci sono spazi adeguati che valorizzino veramente gli artisti che operano sul territorio, né è prevista una mostra di ricognizione sulla loro attività. Chiaramente non è corretto attribuire tutte le responsabilità della situazione attuale alla presidente Angela Vettese
(dietro di lei è ben visibile l’ambigua ombra del Comune di Venezia), però alcune sue scelte vanno analizzate in profondità perché sono l’estrema espressione di un modello culturale oggi vincente non solo nell’ambito delle arti visive ma in molti settori della cultura giovanile intesa in senso lato, e persino nella visione di cultura “locale” dell’attuale classe politica che amministra la città. Domina su tutto un’ossessione internazionalista che sembra fornire l’unico possibile parametro di confronto perfino per la produzione artistica di una realtà come quella veneziana. Ma la cultura locale vista dai ristretti, elitari e spesso manipolati circuiti dell’arte contemporanea internazionale appare come un dato ininfluente: che senso ha, con queste premesse, dare spazio a chi opera sul territorio? Molto meglio presentare i già noti (e ricchi) artisti già premiati dal circuito internazionale (Alex Katz) facendo ben capire in questo modo che il percorso da attuare per un artista è un altro: ed, in effetti, accade oggi che i nomi italiani ritenuti di rilievo internazionale non sono selezionati in Italia, ma scelti all’estero all’interno di quegli stessi circuiti. Molti segnali indicano che sempre più Venezia viene considerata come un palcoscenico dove premiare il già noto a livello internazionale, una sorta di piedistallo di particolare prestigio, ed anche in questa prospettiva la cultura locale appare come un dato quasi irrilevante: il passo ulteriore è quello di teorizzarne la fine e di considerare la sua sopravvivenza provincialismo da superare.
Ringrazio davvero nuovamente il curatore dell’archivio per questa iniziativa nei miei confronti che ho molto apprezzato (infatti sono input che per un pittore nella mia situazione non facile sono certamente positivi e di stimolo). Ho consegnato la cartella per quanto riguarda Via Farini, non ho dato invece una cartella per la Bevilacqua, e ciò perché questa istituzione, nei suoi obbiettivi generali, sembra poter offrire pochissimo di concreto ad un artista veneziano della mia età, inoltre non condivido i loro complessi d’inferiorità verso i manipolati circuiti d’arte dei paesi più ricchi e potenti del pianeta. Certo in confronto qui lavoriamo con meno possibilità, però abbiamo un’identità culturale alla quale teniamo: per difenderla ormai c’è bisogno di un lavoro di resistenza.
Nella presentazione della mostra inaugurata alla B.L.M è scritto: “la mostra di Roni Horn, che con i suoi frammenti di disegni e di clown, intende essere un controcanto doloroso e sensibile all’opulento carnevale veneziano”. Ma quale opulenza? L’autore della presentazione ragiona per stereotipi. Negli ultimi anni il carnevale veneziano è stato immiserito da una gestione insensata, sullo sfondo della preoccupante crisi economica della città. Chi propone da posizioni istituzionali certi modelli culturali abbia almeno l’accortezza di non farlo ponendosi in polemica con la cultura locale.

 
At 3:35 PM, Anonymous Daniele Scarpa Kos said...

Il nuovo accesso a Venezia un progetto da bocciare

Stupisce, confrontando i progetti di architettura pubblica recentemente realizzati (o in corso d’opera) nel Veneziano come l’ospedale di Mestre, il nuovo accesso al centro storico sito tra Santa Marta e il Tronchetto (di Mauro Galantino), o il primo, sconcertante progetto del padiglione ospedaliero Jona coraggiosamente contrastato dalla Soprintendenza (malgrado le arroganti reazioni di Antonio Padoan), come si tratti di costruzioni assai simili per forma e disegno, che ripetono lo stesso schema: facciate rettangolari più o meno inclinate, tagliate da monotone griglie.
Sono architetture che esprimono una forma ma non un pensiero, una qualità e un immaginario; rientrano in quel genere di edifici che può essere collocato in qualunque città del mondo indifferentemente perché non manifestano, negli elementi compositivi e nello stile, un confronto con il luogo e la cultura nella quale si inseriscono.
Risulta particolarmente incongruo il nuovo accesso di Venezia: parrebbe un edificio esteticamente più consono come struttura di arrivo a Mestre.
A cosa si deve una tale povertà di creatività? Per un architetto è più facile pensare una struttura complessa quando alla distribuzione interna degli spazi non c’è da associare una ricerca estetica pregnante che vincoli il disegno delle forme. Ma non si tratta solo di questo. La vera risposta va cercata nelle commissioni selezionatrici, e quindi nell’elitario ambiente culturale da cui questi progettisti provengono. Io stesso vedo continuamente giovani studenti uscire dall’Università di Architettura con una testa indottrinata da mille inutili teorie, ma quasi analfabeti in quanto a composizione e disegno. A mio avviso il nuovo accesso a Venezia è un progetto da bocciare, e con esso chi dietro un falso rigore di forme nasconde la mancanza di idee e talento, l’incapacità di legare alla struttura architettonica un pensiero.

La giuria che ha scelto il progetto: Teresa Ormenese -Direttore tecnico di APV Investimenti-, Renata Codello, sovrintendente di Venezia e Laguna, Francesco Dal Co, professore ordinario della Facoltà di Architettura dell’Università IUAV, Giorgio Orsoni, professore ordinario della facoltà di economia dell’Università Cà Foscari, Vito Saccarola, presidente dell’Ordine degli Ingegneri della Provincia di Venezia.

 
At 9:05 PM, Anonymous scarpa kos said...

16/03/2007
Daniele Scarpa Kos
Premio Furla, il vampiro.
Ancora nella penultima edizione del premio Furla svoltasi a Venezia è stato scelto come vincitore un "vive a lavora a Milano", come la quasi totalità dei nomi dei finalisti.
Ecco che invece nella più recente selezione (a Bologna, per l’edizione 2007) sono apparsi, tra i soliti milanesi, dei "vive e lavora a Bologna".
Chiaramente in quel luogo il Furla dimostra maggiore rispetto per la produzione locale; solo a Venezia i critici d’arte e la politica incentivano chi usa questa città unica per fare i propri comodi senza dare quasi nulla a noi artisti che vi operiamo, anzi disprezzandoci.
Ecco cosa scrive Chiara Bertola, nel libro "Felicita Bevilacqua": "Ora il premio si tiene a Bologna durante l'Artefiera, e il principale commento del pubblico e degli addetti rispetto a questa condivisione è stato sull'accessibilità del luogo: - Ah! A Bologna alla Galleria, così riusciremo a vedere la mostra –“.
Ma il Furla si è affermato in quale luogo?
Perché allora, con coerenza, il Furla non chiude definitivamente con il capitolo “Venezia”?
Noi artisti veneziani dovremmo essere risarciti dall’aver subito per anni questa manifestazione che ha tutelato sfacciatamente gli interessi di altri sottraendoci spazi assolutamente vitali, necessari, vampirizzando parassitariamente risorse che dovevano essere dedicate a noi che operiamo in questa realtà (a costi altissimi e tra mille difficoltà), e non a Milano.
Per precisa responsabilità della politica e degli intellettuali ad essa vicini, l’arte contemporanea veneziana è stata per molti anni abbandonata ad una sorta di coma, e chi come me ha avuto il coraggio di smuovere una situazione divenuta ormai intollerabile oggi deve subire il vero e proprio boicottaggio di un potere culturale omertoso al limite della mafiosità. L’artista che vogliono deve stare zitto e buono, in lista d’attesa negli archivi e nelle liste (aspettando che il ditino del potere si posi sulla sua testa come fosse un gesto di redenzione), un cavallo di razza che produce ricchezza e fama a gallerie e musei.

 
At 12:30 PM, Anonymous daniele scarpa kos said...

Mio intervento in Exibart 30/7/07

La programmazione 2006 della Galleria Contemporaneo di Mestre resta ancor oggi un memorabile repertorio di banalità utile da analizzare per capire i più comuni errori compiuti dalle istituzioni italiane d’arte contemporanea e premessa delle successive mostre 2007 firmate Riccardo Caldura.
Già leggendo la lista dei tre artisti invitati nel 2006 notiamo che essi rispecchiano una sola tendenza dell'arte contemporanea, evidentemente quell’unica che piace al curatore, eppure il Contemporaneo non è una galleria privata ma uno spazio espositivo pubblico che ha il dovere restituire un'immagine credibile della produzione artistica attuale.
“Esther Stocker”, “Attila Csorgo”, “Marotta & Russo”: la formula scelta è quella del nome-cognome; escluse esposizioni di ricognizione o mostre con un’idea tematica innovativa.
Caldura, in un articolo apparso nel 2006 su “News Candiani”, definiva il Contemporaneo di Mestre come un “spazio pubblico di ricerca”, e anche nel sito web dell’istituzione il termine “ricerca” ritornava più volte in presentazioni di esposizioni e incontri del 2006;
nel medesimo articolo, lo spazio mestrino veniva descritto come istituzione per artisti che hanno “già maturato una significativa attività espositiva sia in spazi pubblici che privati”, in altre parole una realtà appiattita su percorsi sicuri di circuito, nomi noti, già mid-career, non certo delle scoperte inedite. Chiaramente una selezione di base così restrittiva esclude l’autentica ricerca.
La monotona e prevedibile programmazione di una gestione provinciale ci è stata venduta per operazione di “ricerca” dove la routine del sistema dell’arte doveva apparire il massimo dell’innovazione; in questo disastro non basta qualche evento collaterale a cambiare la sostanza delle cose.
Ma veniamo ora al presente. Gazzettino dell’11 gennaio 2007: “La Galleria mestrina si rilancia in una nuova veste incentrata sulle personali e collettive di artisti locali e internazionali”. Dopo le critiche alla passata gestione il Contemporaneo cerca ora un rinnovamento che appare faticoso, comunque sempre condizionato dal background del curatore, fatalmente datato, segnato da dogmatismi e rigidità anni ’90: sembra di trovarci dinnanzi a mostre di dieci anni fa.
La mancanza di metodo, l’incapacità di articolare progetti complessi riducono le scelte curatoriali ad una contemporaneità di maniera, dove una sembianza di rigore viene simulata con la ripetitività delle proposte e la censura su intere aree della produzione dell’arte visiva contemporanea.
Daniele Scarpa Kos

 
At 12:35 PM, Anonymous scarpa kos said...

20/03/2007 INTERVENTO SU EXIBART
Daniele Scarpa Kos
Da leggere l’articolo di Angela Vettese (nel supplemento del Sole 24), recensione della mostra, curata da Alessandro Riva, “Street art sweet art” al Pac. Non il museo, come erroneamente sostiene l’autrice, toglie efficacia al lavoro dei graffitisti, ma la sfocata lente usata dai critici d’arte quando osservano movimenti che andrebbero letti con i parametri della cultura giovanile e dell’antropologia, più che con gli schemi fissi del sistema dell’arte. Perché il museo non dovrebbe documentare questa forma espressiva così diffusa? Anzi, almeno stavolta, è possibile riflettere sulla questione sollevati dalla polemica se si tratti di arte o di forme di vandalismo da condannare. Per me queste immagini, ancor prima di una valutazione estetica, ci pongono degli interrogativi: scritte trasformate in ideogrammi, sigle stilizzate. Vediamo spesso una maniera assai ripetitiva, capace però di raggiungere forme grafiche di grande raffinatezza, spesso più efficaci delle deludenti installazioni di public art di blasonati artisti del circuito dell’arte. Un fatto è certo: l’architettura moderna, dopo aver espulso decorazione e arte dal paesaggio urbano (le immagini che rimangono sono solo aggressivi manifesti pubblicitari), si ritrova imbellettata da rutilanti diagrammi simili alle scritte delle moschee o alle stilizzazioni dell’alfabeto arabo, dove la parola diviene protagonista. Per Vettese il museo è soprattutto il luogo che certifica il valore commerciale dell’opera, non il recinto nel quale, a bocce ferme, riflettere sulle questioni; ma soprattutto le risulta intollerabile che questi creativi vi siano arrivati eludendo premi d’arte, gallerie, corsi, scuole, seminari, selezioni, strategie, diplomazie, parentele, amicizie (e non di rado alcove), cioè le sfibranti gincane richieste all’artista dal sistema. C’è di che riflettere.

 
At 12:40 PM, Anonymous Daniele Scarpa Kos said...

intervento del 5-11-06 su forum Bevilacqua la Masa- D. Scarpa Kos

Thomas Ruff: "The grammar of photography"
Esposta in mostra, crudelmente illuminata da spot e faretti, la crisi creativa di un artista che ha avuto alcune buone idee negli ormai lontani anni ’80: la produzione recente di Ruff sembra voler imitare i rozzi esperimenti di un ragazzino alle prese con photoshop. Sfogliando questa grammatica della fotografia oversize ritroviamo alcune delle formule che hanno costituito, per tutti i '90, l’abbecedario utilizzato dai critici per insegnarci a leggere l’arte. Modelli, schemi validi se inquadrati nel momento in cui hanno apportato un contributo, ma divenuti tiritere strasentite, irritanti per i modi saccenti di chi ce le ripropone per l’ennesima volta come se fossero novità. Oggi rappresentano, per un artista, esempi in negativo, passaggi da superare per essere davvero innovativo: i gigantismi da Salon, l'eccessiva enfasi intorno al dato tecnico e percettivo, i frammenti d'attualità sui quali i critici imbastiscono la loro letteratura.

 
At 1:05 PM, Anonymous DSK said...

http://cri-tic-ah.blogspot.com

Idiosyncrasies and tics of contemporary art critics in a gallery of cartoon characters.

http://tranquiada.blogspot.com/

Here some stuff of contemporary art and movies (in Venice).

 
At 11:28 AM, Blogger mute041 said...

FONDAZIONE MARCH? OOPS! RI-CONFUSIONE MARCH! (parte1)

TRANQUI2 lancia una notizia in anteprima!
La Fondazione March ci ri-prova: ha ri-scritto e ri-formulato i propri indirizzi programmatici (forse si vuole RI-FONDARE) e propone il prodotto di questa sfida intellettuale in un testo che appare ora nel loro sito.org http://www.fondazionemarch.org/?page_id=13
Leggendolo siamo assaliti da uno stordimento indefinibile: un'esperienza psichedelica.

Da questo compitino sciatto in cui abbondano sviste, ripetizioni, incongruenze (lo riporto in calce senza alcuna modifica) apprendiamo che esiste un morbo, un nemico occulto che impedisce all'arte di "proliferare" e quindi ci penseranno loro - quelli della March - a combatterlo e a mettere le cose a posto. Yuppi! Evviva! Inoltre vi troviamo un mantra da figli dei fiori condensato in poche righe: - l’arte contemporanea locale - l'arte contemporanea internazionale - diffondere l’arte contemporanea - proporre l’arte contemporanea - dello sviluppo contemporaneo - dell’arte contemporanea italiana, seguito dalla lista del pubblico della Fondazione:
• famiglie e privati cittadini (singles, divorziati e pubblici ufficiali vadano a vistare Facebook)
• giovani e studenti di tutti i livelli (anche fuori corso, privatisti, corsi di cucina)
• opinion leader, stakeholder e gruppi d’interesse sensibili e vicini all’arte contemporanea (G.Mughini, skaters, hooli-fans)
• associazioni culturali, gallerie, accademie, musei, fondazioni e associazioni nazionali ed internazionali che operano nell’ambito dell’arte contemporanea (Protezione Puffi, AAGP - Associazione amici del gatto a pelo lungo)
• pubblica amministrazione (ettepareva!)
• media generalisti, media di settore (Rai 123, Radio Bella e Monella, L'isola dei famosi artisti...)
La reazione emotiva indotta dal sito della Fondazione March presenta precise caratteristiche; se conoscete la copertina di Brainticket, album progressive psichedelico dei Cottonwoodhill, sapete di cosa parlo...

 
At 11:29 AM, Blogger mute041 said...

Ri-confusione March! (parte2)

Voilà il testo integrale:

Mission e Target
La Fondazione si costituisce con l’intento di sciogliere nodi che impediscono all’arte di proliferare, allo scopo di costruire un sistema dell’arte contemporanea locale collegato al sistema dell’arte contemporanea internazionale.
La Fondazione non si pone solo l’obiettivo di diffondere l’arte contemporanea e contribuire alla creazione di un sistema locale ad essa dedicato, ma si impegna, all’interno del proprio contesto di riferimento, a proporre l’arte contemporanea come chiave di lettura dello sviluppo contemporaneo e come “strumento” di integrazione sociale, di confronto multiculturale e di riqualificazione territoriale.
Per fare ciò, la Fondazione esce dalla propria sede, offre programmi di didattica, propone programmi di residenza e di didattica costantemente rinnovati da un turn over curatoriale di livello europeo e mette la propria attività al servizio della cultura pubblica cittadina.
Target della Fondazione sono gli artisti, i collezionisti e gli appassionati,ma anche il pubblico dei non addetti ai lavori, nel Triveneto e nel sistema dell’arte contemporanea italiana. A questo si aggiunge una tensione verso la dimensione internazionale, testimoniata dalla volontà di partecipare a programmi europei di finanziamento alla cultura, dal coinvolgimento di artisti e curatori stranieri fin nella sua fase costitutiva e dall’attenzione alle esperienze internazionali capaci di arricchire e offrire spunti innovativi alla propria offerta culturale.
In particolare, il pubblico è costituito da:
• famiglie e privati cittadini
• giovani e studenti di tutti i livelli
• opinion leader, stakeholder e gruppi d’interesse sensibili e vicini all’arte contemporanea
• media generalisti, media di settore
• pubblica amministrazione
• associazioni culturali, gallerie, accademie, musei, fondazioni e associazioni nazionali ed internazionali che operano nell’ambito dell’arte contemporanea.

Davvero non aspiro ad entrare negli hooligans hooli-fans March, cioè tra i tifosi ammiratori della Fondazione March!

Scusatemi, la ola la riservo ad un'altra squadra del sistema dell'arte.
Probabilmente sarà un caso se la mia paginetta di critiche (e non contumelie) datata 11/6/09 su quell'istituzione risulta da un anno tra le cose più lette dai visitatori di TRANQUI2, certo è che le affermazioni contenute nella scarna introduzione al loro sito erano talmente contraddittorie da far arrossire persino il critico autore delle bizzarre presentazioni della Galleria Contemporaneo di Mestre!http://tranqui2.blogspot.com/2009/06/le-strane-indicazioni-nel-sito-della.html

 
At 11:30 AM, Blogger mute041 said...

VETTESE NON CAPISCE ARBASINO?

L'Alberto punta al MAXXI-MO....e fa subito centro! Un pezzo straordinario di Arbasino su Repubblica di Lunedì 28 giugno:
"Visitare il Maxxi ora che è finito il Grande Evento - Le curve del Maxxi"
http://www.rassegnastampa.comune.roma.it/View.aspx?ID=2010062816054915-1

Ma...achtung! Ora che al museo romano ci sono quelli di una certa lobby (vedi Carlos Basualdo), lì è vietata anche la sperimentazione letteraria. Prima di parlare del MAXXI dobbiamo tutti chiedere permesso e lavarci la bocca col colluttorio! E infatti subito arriva l'attacco:

"Tra gli eroi della nuova generazione (...) Alighiero Boetti, che resta l'unico italiano molto citato, lo stesso che Alberto Arbasino ha da poco deriso su "La Repubblica". Un peccato d'autolesionismo corrente, perché sul piano internazionale il nostro paese continua ad essere assente"
Da "L'emergente vien da Ovest" Angela Vettese (Supplemento SOLE 24 del 4/7/10)

Una scrittura ironica e dissacratoria è da sempre la cifra stilistica di Arbasino: egli non "deride" Alighiero Boetti ma rilegge il museo d'arte attraverso la sua poetica di spericolato funambolo della parola che contamina un registro letterario alto con il kitsch, il camp, il trash.
Sembra che Vettese non l'abbia letto, non lo conosca o ancor peggio non l'abbia capito; eppure Arbasino, uno dei componenti del Gruppo 63, rappresenta l'eccellenza della ricerca e della sperimentazione letteraria italiana.
"Le curve del Maxxi" ci restituisce alcune notazioni controcorrente sulla scelta delle opere esposte, pone punti di domanda e registra evidenti assenze.
Di sicuro un boccone amaro da digerire per quei critici d'arte-professori abituati ai rassicuranti minuetti del sistema dell'arte, agli articoli melliflui da rivista di settore.
Ancora una volta è necessario un agente esterno per innescare nel sistema dell'arte una reazione chimica significativa.
Il composto che ne deriva risulta diviso in due parti nette. Due idee di "ricerca" a confronto; la prima conformista e sottomessa ad un'omologazione culturale che si fa scudo dei poteri forti del sistema, l'altra davvero sperimentale, centrata sull'unicità del proprio punto di vista inteso come sfida provocatoria, paradossale.

A.A e il Gruppo 63: http://www.italialibri.net/mappe/0310.html

http://loredanalipperini.blog.kataweb.it/lipperatura/2010/02/10/arbasino-la-vecchiaia-voghera/

L'articolo di Vettese:
http://www.ilsole24ore.com/art/cultura/2010-07-04/lemergente-vien-ovest-080909.shtml?uuid=AYq89w4B

 
At 11:31 AM, Blogger mute041 said...

Galleria Contemporaneo di Mestre, Sandretto Re Rebaudengo, Fondazione Ratti

Dichiarazioni d'intenti, linee programmatiche, ovvero, se preferite, "manifesti", missione+target: sono gli scritti di presentazione con i quali le istituzioni e fondazioni culturali italiane ci introducono nella loro visione dell'arte e della contemporaneità.
Con una laconicità quasi giornalistica rispondono a poche domande essenziali. Chi siamo? Cosa vogliamo fare? Perché lo facciamo? Qual'è il nostro rapporto con gli artisti? Cos'è fare "ricerca"? Ne ho riunite tre nell'archivio8 (l'archiviotto, il deposito documenti del blog), sotto la label x-a; vi suggerisco di confrontarle con quelle già presenti in TRANQUI2 (Italian Area, Fondazione March ecc..).
http://tranqui2.blogspot.com/2008/08/galleria-contemporaneo-mestre-re.html

 
At 11:33 AM, Blogger mute041 said...

Sullo scandalo GAMEC di Bergamo (Galleria Arte Moderna e Contemporanea): le mie riflessioni
(parte1)

Ho già accenato qui in merito al rifiuto della GAMEC di replicare alla scaletta di domande redatta dalla redazione del Giornale di Bergamo (formulata in seguito alla mia lettera al giornale). Per quale ragione GAMEC si sottrae ad un confronto con l'opinione pubblica? Se davvero i linguaggi dell'arte contemporanea sono importanti in quanto strumenti di produzione di pensiero, perché vediamo critici d'arte e specialisti della materia evitare un dibattito che potrebbe avere funzione didattica verso i lettori di un quotidiano, quindi di un pubblico non specialistico?
Il sistema dell'arte internazionale parrebbe agire, quando si inserisce in contesti locali, come un livellatore del gusto che tende a porre in secondo piano le tematiche legate al territorio per privilegiare motivi e stili elaborati da pochi centri di riferimento. Di fatto la realtà è più articolata, le variazioni del medesimo modello (che all'apparenza sembrerebbe ripetersi sempre uguale) sono innumerevoli; il sistema, innestandosi nelle differenti situazioni locali, produce ibridi e interagisce con i diversi microclimi culturali.
Certo non è semplice riuscire ad individuare le linee di continuità della cultura locale, gli elementi ricorrenti, le matrici che nemmeno una schiacciante omologazione imposta dall'alto può completamente annullare. L'omologazione in corso è pervasiva e aggressiva, ma superficiale: si nutre di stereotipi, raramente arriva al dettaglio. Fondamentale rimane, quindi, eliminare ogni stereotipo, porre tra parentesi i luoghi comuni tanto cari a certa critica d'arte avvicinandosi ad un determinato territorio con grande cautela, cercando di acquisirne una conoscenza più di dettagli che d'insieme; il tentativo potrebbe consistere nell'effettuare collegamenti, raffronti, paralleli tra passato e presente capaci di restituire alla contemporaneità uno spessore storico, spostandola dalla concezione di un presente ridotto ad attualità e cronaca (vedi il mio blog su Venezia).
Altra cosa ancora è riuscire a stabilire con precisione dove si collocano gli snodi delicatissimi che legano la parte più profonda del fare intuitivo dell'artista al suo ruolo sociale, al rapporto con il pubblico, e la posizione delle mediazioni che la critica attua tra essi: tale indagine richiede un occhio allenato, poiché come conferma un noto critico in un'intervista al Corriere, con un linguaggio esplicito che non lascia spazio ad ambiguità:


“le varie importanti rassegne, le grandi mostre, tutto il sistema dell’arte dove un centinaio di persone decidono e oliano i meccanismi in un gioco di connivenze, complicità e lobby. Nessuno è indenne. E guardando questo mondo un po’ da lontano mi viene in mente una celebre battuta di Sordi: Qua er più pulito c’ha la rogna”.

 
At 11:34 AM, Blogger mute041 said...

GAMEC (parte2)

Nel sistema dell'arte molto è retroscena, molto di quello che accade, le profonde motivazioni di ciò che ci viene proposto ci vengono taciute.
Le possibili soluzioni? Immettere negli schemi ingessati del sistema dell'arte un reagente, elementi disturbanti atti a produrre una modificazione chimica dei composti; gesto impossibile all'interno dei circoli chiusi, nelle riviste specializzate, nei luoghi dove le corporazioni difendono e promuovono se stesse. Il muro di gomma del sistema si può affrontare solo avvicinandolo dall'esterno: quotidiani, opinione pubblica, ecc..
L'altra possibilità è di prendere molto sul serio gli scritti di una critica d'arte alla quale siamo ormai abituati a prestare un'attenzione distratta, quasi si trattasse di cattiva letteratura o, al massimo, di giornalismo d'arte; spesso sono testi costruiti con asserzioni gratuite ed idee tra loro inconciliabili malamente rappattumate, tali da rasentare l'umorismo involontario. La spericolata presentazione della Galleria Contemporaneo di Riccardo Caldura, le confusioni della Fondazione March, l'ingenua “ANTI-ARTE” di Wolfgang Scheppe, gli interventi "fantasy"di Vettese, fino ad episodi clamorosi come i “premi non dati” Bevilacqua La Masa firmati Luca Massimo Barbero - vicenda pressoché unica -, sono conseguenze indirette, scorie, direi, risultanti da problematiche irrisolte, residui di un qualcosa d'altro la cui traccia rimane, visibile in trasparenza.


Sì, il silenzio di GAMEC - Bergamo ci suggerisce che in quel luogo si è prodotto, è in corso un coma, un buco nero di comunicazione, una frattura traumatica tra l'intellighenzia espressione del sistema e l'ambiente nel quale essa opera - territorio, opinione pubblica - e ci indica quali sono le tecniche attuate da una casta che si trincera dietro i propri codici specialistici utilizzandoli per accrescere il proprio potere intimidatorio verso il “pubblico” aka “cittadini”.Si tratta di ambienti molto elitari dove le decisioni e tutti i passaggi di consenso del sistema dell'arte vengono prese intorno ad un tavolo da pochi soggetti; individui che pur essendo rappresentanti di istituzioni pubbliche sono incapaci di attuare un confronto dinamico, di dialogo verso l'esterno (artisti, giornali, intellettuali), se non attraverso rigidi canali di gerarchie precostituite.
Intendiamoci: quando si parla, per centri d'arte come la GAMeC, di aperture e nomi "internazionali" dobbiamo pensare non ad un vero interscambio con realtà di differenti culture, diverse in quanto "altre", bensì a collaborazioni tra centri ugualmente isolati nei contesti nei quali si situano; versione odierna di un provincialismo - sinonimo di chiusura - che si colora di globalizzazione e omologazione: sistema dell'arte diluito capillarmente sul territorio in un arcipelago di piccoli centri in rete che rendono sempre più difficile individuare chi è responsabile di cosa e fornisce un potente alibi a chi vuole concentrare il potere in pochissime mani. La loro resistenza come meccanismo di potere risiede nel mantenere una coesione cementata da una koiné comune e dall'esclusione di artisti, pubblico e opinione pubblica dai passaggi di consenso e decisionali all'interno del sistema dell'arte.
Provincialismo + globalizzazione + sistema : "Sistemalismo"?

 
At 11:36 AM, Blogger mute041 said...

Angela Vettese lascia la Metafisica a casa

Dal Domenicale del Sole 24 ORE, 21 febbraio.
ARTE POVERA, FUTURO RICCO, di Vettese:

"In definitiva, l'Arte Povera è stata il solo nostro movimento artistico ad avere raggiunto un riconoscimento internazionale duraturo, se si esclude il Futurismo, per altro riscoperto da poco".

http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Tempo%20libero%20e%20Cultura/2010/02/domenica-arte-povera-futuro-ricco.shtml

Ora, non so se l'Angela, andando in ufficio (se un ufficio ce l'ha) a scrivere l'articolo, si è dimenticata a casa un pezzettone di arte italiana. La Metafisica di De Chirico e di Morandi dove la mettiamo? Leggi qui sulla recente mostra di Morandi a N.Y http://www.metmuseum.org/special/se_event.asp?OccurrenceId=%7B5D5AFA86-A086-4E14-A54B-E0FD91607074%7D
Nessuna delle manipolazioni d'informazione che ritroviamo nelle riviste specializzate e nel giornalismo d'arte è casuale. Nel caso dell'articolo in questione l'enfasi data all'importanza dell'Arte Povera (omettendo Metafisica e Transavanguardia) si spiega con la malcelata intenzione di giustificare ed avallare il faraonico progetto che nel 2011 (con enorme spreco di risorse) vedrà a Torino, Napoli, Bologna, Roma e Genova una programmazione centrata su questo movimento artistico.
Il gran burattinaio del "processo di beatificazione" dell'Arte Povera? Germano Celant, il critico che ne è il teorizzatore.
Credo sia utile sollevare obiezioni che aiutino il pubblico a smascherare le gratuite asserzioni di taluni critici: se li lasciamo operare indisturbati domani arriveranno a manipolare i libri di testo e la nostra stessa identità culturale adattandola alle loro esigenze, alle loro lacune intellettuali ed interessi di lobby. Una perdita incalcolabile.
http://tranqui2.blogspot.com/2009/06/angela-vettese-birnbaum-mi-ha-chiesto.html


I quindici - famosa enciclopedia per ragazzi degli anni '70. Consigliabile come testo di studio per i critici d'arte contemporanea.
Perchè non stamparne una nuova edizione acquistabile a rate o fascicoli settimanali in tutti bookshop dei musei d'arte contemporanea?

 
At 11:37 AM, Blogger mute041 said...

Ho scritto nel blog Lipperatura alcuni interventi sulla cultura giovanile che intendo ampliare e sviluppare qui.

http://loredanalipperini.blog.kataweb.it/lipperatura/2010/03/02/un-demografo-sulladolescenza/
Acutamente Rosina sottolinea il dato, all’apparenza scontato, che molti prodotti per gli adolescenti sono scritti da trenta-quarantenni: la cultura creata dai giovani per i loro circuiti è cosa diversa da quella a target giovanile pensata dagli adulti; si tratta di due sottoinsiemi parte di una realtà costituita da segmenti vicini ma separati che spesso vengono considerati erroneamente come fenomeno univoco ed invece richiedono parametri di valutazione differenti. Conseguentemente alla confusione esistente su queste problematiche, la fascia sociale debole dei giovani è oggetto di continue mistificazioni. Ricordo la mia partecipazione ad una rivista underground alla quale sono stati sospesi contributi pubblici perché non culturale; mentre qui i giornali dedicavano e dedicano ironici e offensivi articoli ai mammoni (ora bamboccioni) ho visto i miei amici francesi e tedeschi facilitati da mille sostegni; che dire poi di un canale televisivo capace d’imporre, con faraoniche campagne stampa, la falsa etichetta “MTV” ad un’intera generazione? Nel furbo tranello ci sono caduti in molti. D’altra parte gli intellettuali ridono quando si parla del Festival della canzone, del P & friends: infatti siamo uno dei pochi - se non l’unico - paese a non partecipare all’Eurofestival. Come canta un artista pop greco o norvegese di oggi? I nostri ragazzi sono i soli a non doverlo sapere, in barba alle prediche sull'Europa, della quale non conoscono nulla. Accenno brevemente al capitolo veneziano "Fondazione Bevilacqua la Masa", i tristemente famosi premi non dati firmati Luca Massimo Barbero e gli atelier previsti dallo statuto ma negati per decenni. Ricordiamoci che al target di riferimento “giovani” si vende di tutto e che una loro certa immagine seduttiva viene utilizzata per proporre prodotti anche ai cinquantenni. E, manco a dirlo, continuano ad emergere sempre nuovi segnali che confermano l'emergenza-necessità di un progetto pedagogico ampio. Un esempio? Proporre modelli di svago costruttivi significa anche maggior cautela nel lanciare un’attività da stato-biscazziere, slot nei bar, poker pubblicizzato ecc…

 
At 11:39 AM, Blogger mute041 said...

Sulla cultura giovanile (parte2)

http://loredanalipperini.blog.kataweb.it/lipperatura/2009/12/16/orrore-e-horror/

Vorrei ancora chiarire, rispetto all’intervento precedente (che ho dimenticato di firmare), un punto. Possiamo davvero, nella valutazione di qualità di e-zine con tematiche vicine ai consumi giovanili quali horror e fantasy (non a caso nel bel sito Splattegramma troviamo anche fumetti), adottare sempre criteri e parametri validi per prodotti di cultura alta? Quando parliamo di cultura giovanile dobbiamo porci nella corretta posizione di chi osserva un fenomeno suddiviso in molteplici sottoinsiemi, non unitario, frammentato: esiste, ad esempio, la cultura giovanile prodotta dagli adulti per i giovani e quella creata direttamente dei giovani (e dai giovanissimi) per i loro circuiti. La cultura prodotta dai giovani per i loro circuiti presenta particolari caratteristiche: è palestra formativa, luogo dove esprimere linguaggi e codici propri, spazio per sviluppare un’identità in divenire; il suo ruolo sociale resta fondamentale, imprescindibile e non va confuso con le aspettative che gli adulti (le istituzioni, il mercato, gli intellettuali) proiettano su di essa. Chiaramente una e-zine creata da ragazzi forse somiglierà più ad una fanzine, avrà elementi ludici che, in altri contesti, potrebbero apparire assurdi. Le fasce giovanili esprimono, manifestano, quindi, aspetti di “controcultura” perché i loro linguaggi non collimano con quelli utilizzati dal potere. La mancanza di una sensibilità su queste problematiche rimane un tratto distintivo ricorrente della società italiana; si tratta tuttavia di una lacuna da ascrivere ad un ben più vasto, grave vuoto: l’assenza della consapevolezza di come un progetto pedagogico coerente sia necessario e prioritario per il Paese.

 
At 11:40 AM, Blogger mute041 said...

Il nuovo accesso a Venezia di Mauro Galantino: un progetto da bocciare?

Stupisce, confrontando i progetti di architettura pubblica recentemente realizzati (o in corso d’opera) nel Veneziano come l’Ospedale dell'Angelo di Mestre, il nuovo accesso al centro storico sito tra Santa Marta e il Tronchetto (di Mauro Galantino), o il primo, sconcertante progetto del padiglione ospedaliero Jona coraggiosamente contrastato dalla Soprintendenza (malgrado le arroganti reazioni di Antonio Padoan), come si tratti di costruzioni assai simili per forma e disegno, che ripetono lo stesso schema: facciate rettangolari attraversate da monotone griglie.
Sono architetture (ed una precisa tipologia di edifici) che possono essere poste indifferentemente in qualunque luogo poiché non manifestano, negli elementi compositivi e nel disegno, un confronto con il paesaggio e la cultura nella quale s'inseriscono ed esprimono qualità formali capaci di un vocabolario limitato, non sufficiente a creare immaginario, a entrare in dialogo con un contesto urbano deposito di memoria collettiva.
Risulta particolarmente incongruo il nuovo accesso di Venezia: parrebbe un edificio esteticamente più consono come struttura di arrivo a Mestre. Sembra un ufo proveniente dalle riviste di architettura atterrato in quel luogo non si sa come; l'incapacità di rapportarsi con un paesaggio unico come quello della città lagunare dimostra la rigidità di un linguaggio formale portatore di omologazione culturale e livellatore delle differenze.
A cosa è dovuta una tale mancanza di creatività? Per un progettista risulta più semplice pensare una struttura complessa quando alla distribuzione interna degli spazi non c’è da associare una ricerca estetica pregnante che vincoli il disegno delle forme esterne: evidente la quasi esibita rinuncia a qualsivoglia tensione compositiva degli edifici citati, che nella ripetitività dei modelli potrebbero finanche essere considerati fabbricati separati ma riconducibili ad un medesimo utilizzo. Tuttavia non si tratta solo di questo. La vera risposta va cercata nella commissione selezionatrice, quindi nell’elitario ambiente culturale da cui questi intellettuali provengono. Gli autentici autori di queste invadenti presenze obbligate della nostra vita quotidiana, del paesaggio, sono coloro che li hanno "scelti", i ristrettissimi circoli mediatori con la politica, con il potere universitario, con la nomenklatura vicina a circoscritte corporazioni: infatti, malgrado il progetto di un edificio pubblico appaia talvolta in esposizioni, quotidiani e riviste prima della sua realizzazione, di fatto i "fruitori", i cittadini, gli abitanti, sono costretti a subirlo passivamente, con poca possibilità di intervento. Lo schema decisionale attuale prevede un doppio binario separato: da una parte il progettista/élite, gli spettatori/fruitori dall'altra. Definiamo "pubblica" un'architettura che non ha un vero pubblico poiché rimane espressione di quei ristretti circoli che l'hanno voluta e pensata. A dispetto della sua collocazione spaziale e - per gli spettatori - percettiva, essa manifesta un'assenza che risiede in quei passaggi mancanti tra élite e consenso, tra progetto, scelta, realizzazione, fruizione: vuoti che favoriscono il permanere di schemi di pensiero sostanzailmente inalterati per lunghissimo tempo. I casi di edifici continua... (post-in-progress)

State leggendo un post-in-progress, cioè un intervento che intendo nel tempo arricchire di successive integrazioni (eventuali correzioni comprese).

 
At 11:43 AM, Blogger mute041 said...

MIGROPOLIS-STATOPOLIS (parte1)
Cari lettori di TRANQUI2, questo intervento sulla mostra Migropolis. Venice / Atlas of a Global Situation in corso alla Fondazione Bevilacqua La Masa è solo la prima parte di un brogliaccio work in progress (o meglio in regress, se volete) ancora tutto da scrivere (correzioni comprese).

Diciamolo subito, MIGROPOLIS non può essere definita mostra d'arte contemporanea né mostra di ricerca. La Bevilacqua La Masa ha semplicemente fornito spazi e risorse per dare visibilità ad un progetto avviato nel 2006 da Wolfgang Scheppe come esperienza didattica degli studenti del Corso di Laurea specialistica in Comunicazioni visive e multimediali dell'Università IUAV sul quale sono stati, nel tempo, innestati diversi filoni più o meno coerenti con l'assunto iniziale, più o meno pertinenti con l'indirizzo generale del progetto. I materiali eterogenei esposti assumono in questo contesto la funzione di corredo iconografico illustrazione di teorizzazioni che trovano una ragion d'essere al di fuori del lavoro artistico e creativo delle opere: l'evento, se visto come mostra-d'arte-contemporanea, presenta il limite di svilupparsi fin dall'inizio con questo vizio di forma; preso invece per quello che è - il frutto di un corso di studenti ospitato, con alcune integrazioni, in una sede istituzionale d'arte - fornisce spunti di discussione ed alcuni momenti (prevalentemente fotografie) capaci di emergere, per forza poetica, dal freddo repertorio di mappe e dati statistici. Non quindi un'esposizione di "giovani artisti" ma, più precisamente, elaborati di "giovani studenti" e, successivamente, di "giovani artisti". La differenza ha una sua rilevanza, soprattutto in un luogo come Venezia e in un'istituzione pubblica. Perché? Il "caso-Venezia", sul quale MIGROPOLIS tenta di formulare dei percorsi didattici, è un territorio da tempo teatro di una progressiva "invisibile statalizzazione" del tessuto sociale ed economico. Io stesso, come artista-libero professionista, mi ritrovo attorniato da amici e conoscenti che lavorano al Comune, alla Regione, alla Provincia, per la Biennale Arte-Cinema-Danza-Teatro, nella Sanità, insegnano (scuola, università ecc..), lavorano nelle cooperative (le quali ricevono appalti dal Comune, Comunità Europea ecc...), per la Fondazione Musei ecc... la lista completa sarebbe lunghissima. La società civile, le categorie, l'associazionismo, appaiono a volte in una posizione subalterna rispetto ad una STATOPOLIS capace di vampirizzare anche le risorse degli sponsor e di tessere alleanze con fondazioni private nazionali ed internazionali. STATOPOLIS accentra (Fondazione Musei) e sottrae autonomia (vedi lo sfratto subito da chi gestiva la Torre dell'Orologio, e lo sconcertante "restauro" interno che ne è seguito http://digilander.libero.it/orologiodellatorre/Italiano/confronti.htm) STATOPOLIS si espande con risorse che potrebbero essere altrimenti redistribuite (vedi vicenda contributi Fondazione Venezia - Museo di Mestre). STATOPOLIS è regista dei grandi restauri, di opere monumentali, futuristiche, dove trova impiego con consulenze e incarichi la nomenklatura della STATOPOLIS stessa. STATOPOLIS richiama con il proprio operato l'attenzione della stampa e dell'informazione mettendo in ombra le piccole realtà. STATOPOLIS delega a pochi personalismi interi settori della cosa pubblica. STATOPOLIS - fatto davvero preoccupante - decide attraverso atti d'imperio senza attuare percorsi partecipati di confronto, scavalcando prassi e procedure. STATOPOLIS ha attivato un sistema di videosorveglianza - 60 telecanere + 80 - distribuito capillarmente sul territorio (ed utilizzato anche per individuare e punire fatti di lievissima entità commessi da soggetti da tutelare quali sono i giovani e i giovanissimi).

 
At 11:45 AM, Blogger mute041 said...

MIGROPOLIS-STATOPOLIS (parte2)

Quale ruolo ha la fascia sociale debole degli artisti in questa sala da ballo dove gli elefanti dei comitatoni e delle élite vicine alla politica ballano vorticosi valzer accompagnati dalle grancasse dei grandi numeri e dei grandi investimenti? Parliamo di cittadini che richiedono servizi diversi da quelli primari di una fetta consistente della MIGROPOLIS sulla quale s'incentra il progetto diretto da Scheppe (e che in parte conosco grazie ad alcuni contatti con le problematiche delle marginalità estreme); domandano al contrario (pur rimanendo a tutti gli effetti una fascia sociale debole) una specifica attenzione, una sensibilità capace di valorizzare il loro operato, competenze, spazi. Non contravvenendo a queste premesse, anche un'istituzione come la Bevilacqua/STATOPOLIS non può che occuparsi della STATOPOLIS stessa, ed esporre di conseguenza soprattutto figure interne al proprio confine: borsisti, studenti. I soggetti - artisti - indipendenti sono lasciati nell'ombra, considerati corpo estraneo. Di fatto l'ultima mostra personale in Bevilacqua dedicata ad un artista indipendente di qualsivoglia provenienza ma attivo sul territorio risale ad anni fa.
Venezia-MIGROPOLIS? Sì, certo, anche MIGROPOLIS. Ruga Giuffa, Ponte dei Greci, Campo dei Tedeschi, Fondaco dei Turchi: una non distratta passeggiata per le calli della città ci indica che non siamo dinnanzi ad un fenomeno nuovo. Fondamentale è che tra essa e STATOPOLIS permanga una società civile forte, attiva, presente, e non tanto per stabilire un confine identitario, bensì numerosi confini che hanno tutt'altro significato. Molti microconfini interni alla società civile fanno da argine all'assoluta libertà del potere, al dilagare di STATOPOLIS che, ricordiamolo, esiste grazie ad un confine nettissimo determinato dal recinto di codici, spazi, forze organizzate entro il quale agisce chi detiene il potere. Una società civile debole e non radicata sul territorio non esprime microconfini solidi e, come effetto indiretto, rende determinante il confine unico di STATOPOLIS il quale diviene il solo davvero esistente.

I flussi legati all'industria turistica, ad esempio, non riescono, nella loro indistinta forma amebica, a rappresentare più che una importante risorsa economica; li vediamo perfino incapaci di affermare un limite - confine - alla continua rapina di cui sono oggetto (vedi la vicenda dei bigliettai del servizio pubblico ACTV, l'estensione del fenomeno e la sua diffusione).

Giunta ad un grado di dilatazione estrema, STATOPOLIS proietta sui soggetti con cui viene in contatto la propria immagine, non riesce a metterli a fuoco; financo quando si confronta con cultura locale vede sempre se stessa, la pensa come ad una variazione di sé: un corpo dalle molte teste ma omogeneo e delimitato da un confine unico, mentre la cultura locale si manifesta e trae coesione grazie a numerosi microconfini disomogenei in rapporto dinamico di apertura/chiusura tra sollecitazioni esterne ed interne.

 
At 11:47 AM, Blogger mute041 said...

MIGROPOLIS-STATOPOLIS (parte3)

Le strategie visive adottate dal corso di Scheppe hanno prodotto una mostra illustrativa, scolastica, persino didattica, se vogliamo utilizzare questo termine in una accezione positiva, quando diviene utile come occasione divulgativa nel presentare un percorso dove, suddivisi nelle diverse sale, sono allineati elaborati creativi sempre riferiti ad una teorizzazione che li precede, li giustifica esplicitamente: l'Image Act, Baudrillard, situazionismo, ecc... Certo, l'utilità divulgativa di tale impostazione è indubitabile e va riconosciuta; tuttavia permane, per il visitatore informato, la sensazione di trovarsi dinnanzi a trascrizioni in immagini di schemi di pensiero riformulati visivamente attraverso una diligente e prevedibile consequenzialità: la formula di MIGROPOLIS appare evidente fin dalla presentazione del progetto. Essa appartiene ad una tipologia ricorrente: una produzione creativa - didattica più che "di ricerca", istituzionale e non indipendente - contrapposta polemicamente a matrici iconografiche che nulla hanno in comune con l'arte contemporanea come, in questo caso, la Venezia "da cartolina". Si tratta davvero di un caso se proprio quella "Venezia da cartolina" (conseguenza dell'enorme fascino che ancor oggi la città lagunare esercita nell'immaginario collettivo) consente a molte realtà economiche che non sono STATOPOLIS e nemmeno istituzionalizzate, di poter ancora esistere in autonomia? Illustrazione, quindi, non arte-pensiero e nemmeno pensiero sull'arte.

Se invece consideriamo l'evento-mostra MIGROPOLIS non da un'angolazione meramente artistica (magari bastasse presentare le creazioni, pur notevoli e qualitativamente efficaci, di un corso di studenti in uno spazio pubblico per fare arte di ricerca!) ma come uno studio di matrice sociologica e antropologica, le valutazioni da fare sul progetto diretto da Scheppe devono necessariamente essere più approfondite e pertinenti rispetto agli obiettivi raggiunti.

#1 Un punto a favore la mostra lo segna quando, malgrado argomenti a mio avviso non convincenti in alcuni passaggi, introduce implicitamente una domanda di fondo: la situazione attuale della città lagunare può essere analizzata con metodologie diverse da quelle adottate finora? Della necessità di questo cambio di prospettiva sono assolutamente convinto: decodificare il "caso Venezia" significa, in un contesto delimitato, capire, affrontare nodi e questioni analoghe; Il "caso Venezia" rispecchia il "caso Italia"; il "caso Italia" contiene il "caso Mezzogiorno".

 
At 11:49 AM, Blogger mute041 said...

MIGROPOLIS-STATOPOLIS (parte4)

#2 Il progetto MIGROPOLIS-Scheppe compie un errore di metodo nel momento in cui concentra troppa attenzione sull'oggetto dello studio e sui dispositivi per documentarlo, trascurando di riflettere sulla distanza che divide l'oggetto dall'osservatore: MIGROPOLIS-Scheppe non si accorge di guardare la realtà attraverso una lente fortemente deformante (il suo punto di vista interno a molteplici recinti: sistema dell'arte, università, pubblicazione in inglese ecc...) capace di modificarne alcuni aspetti; una maggiore consapevolezza su questo dato avrebbe consentito il raggiungimento di un'analisi meno centrata sulla ricerca di risultati ad effetto, sensazionalistici (simili, per intenderci, al Venice, how much? Venezia, quanto? - COLORS 33) e non condizionata da troppo numerose omissioni.
Un sensazionalismo che pare alimentato da una sorta di ansia liquidatoria, distruttiva, poiché indulge a registrare prevalentemente le aree di conflitto, i punti di attrito e non gli sviluppi positivi, inficiando la chiarezza della lettura del quadro generale, spingendola anzi verso l'arbitrario. Il fenomeno della fuga di cervelli è una triste primato del Paese, ma davvero i creativi attratti da Venezia per ciò che questa città offre, se non altro come esperienza estetica, sono una sparuta minoranza? Sembra a tratti che la mostra (vedi il catalogo in inglese) voglia restituire al pubblico internazionale quella figurina dell'Italia (non chiamiamola pure cartolina) tanto cara a certe élite protagoniste del colonialismo culturale anglofono e dei poteri forti del sistema dell'arte ad esso collegato: Italia-Venezia dove nulla di nuovo accade, Italia-Venezia degna di nota unicamente per l'ingombrante confronto con i fasti di un passato irripetibile, per la definitiva perdita di aura. Insomma, tutti tranquilli: questa pulce appiccicata sulla pancia dell'Europa ha smesso di dar fastidio, di far la primadonna. E come sempre accade dove i valori vengono decretati da ristretti circoli (vedi sistema dell'arte) invece che - anche - dal pubblico (vedi letteratura, cinema, musica), lo stereotipo, ripetuto all'infinito da quei pochi, diventerà realtà. Eppure questi esponenti dell'intellighenzia sembrano aver trovato un degno alleato nel pessimismo cronico ispiratore di tante scelte della nomenklatura di potere.

I limiti del metodo MIGROPOLIS sono confermati da alcune affermazioni di Scheppe contenute nella sua intervista al quotidiano il Manifesto (http://tranqui2.blogspot.com/2008/11/intervista-wolfgang-scheppe-su.htmll); figuriamoci se, come erroneamente egli sostiene, possiamo definire anti-arte questo progetto nato il un centro del sistema dell'arte - luogo deputato per un'attribuzione di valore - e prodotto dall'università, diretta filiazione di gerarchie di ruolo prefissate! Casomai chiamiamolo evento anti-artisti, laddove la mole impressionante di testi e grafici serve come surrogato all'assenza de una poetica d'artista.
#3 Le recensioni della mostra su siti e giornali meritano una trattazione a parte. Tutte (e sottolineo TUTTE) ripetono le stesse idee confuse: le omissioni - sugli attori, i soggetti e le forze in gioco - non permettono di articolare un'immagine chiara della dimensione composita del quadro generale; in questo topic su MIGROPOLIS ho cercato di restituire un contributo in controcanto ad esse. Se poi consideriamo che, con voli immaginativi da letteratura fantasy, c'è chi definisce "un collettivo" il gruppo di lavoro diretto da W.S......

 
At 11:50 AM, Blogger mute041 said...

MIGROPOLIS-STATOPOLIS (parte5)
Assai indicativo l'intervento sul tema in Exibart (firmato Gaetano Salerno), esempio di un equivoco assai frequente nel giornalismo d'arte, http://www.exibart.com/notizia.asp?IDNotizia=29692&IDCategoria=59 Scrive Salerno: "L’ennesima mostra su Venezia? No, un’analisi sul mondo e sulle nuove regole economiche e sociali dettate dai flussi di migranti. Che, muovendosi, incontrandosi, scontrandosi, generano nuove identità culturali... L’arte al servizio della sociologia, dell’antropologia, dell’economia, nel non luogo simbolo della compenetrazione culturale, della vendita e della svendita dei principi identitari". Evidentemente illustrare teorie antropologiche è cosa diversa da mettere l'arte a servizio dell'antropologia, gesto di pragmatismo possibile all'esterno dei circuiti di attribuzione del valore e di gerarchia del sistema dell'arte. Pochi degli articoli riferiti alla mostra fanno della critica d'arte, per lo più utilizzano gli aspetti sensazionalistici delle opere per divagazioni letterarie prive di alcun rigore. In TRANQUI2 ho cercato di evitare i tranelli della cattiva letteratura costruita con divagazioni a briglie sciolte intorno a dettagli illustrativi; ho volutamente spostato l'attenzione al contesto e, insieme, alla qualità delle opere esposte che reputo di buon livello (se viste all'interno di un'esposizione di studenti-artisti). Le questioni messe in gioco dal percorso espositivo di Migropolis richiedono trattazioni separate, puntuali; non credo si possano sovrapporre senza ridurle ad una matassa inestricabile, illeggibile. Di questo "molto" che c'è da dire credo di aver compiuto un primo passo nella direzione corretta, iniziando dallo smontare le pareti bianche dei white cube-s per ricollocare l'opera nel suo contesto. Ancora su MIGROPOLIS-STATOPOLIS:

http://tranqui2.blogspot.com/2008/11/ancora-su-m-s.html

Tranqui2 vi ha proposto una serie d'interrogativi (la mia non vuole essere una stroncatura). Quale MIGROPOLIS? Mostra d'arte contemporanea? Esposizione didattica? Poetica d'artista? Anti-arte?

 
At 11:52 AM, Blogger mute041 said...

Castello di Rivoli: il silenzio degli artisti.

Nel quotidiano La Stampa sono apparsi in questi giorni alcuni articoli sui timori di critici e galleristi per il "vuoto" creatosi al vertice del Museo d'arte contemporanea Castello di Rivoli.
Intervengono, interrogati sulla questione dal giornalista Rocco Moliterni, Bonito Oliva, Fuchs, il gallerista Artiaco, l'immancabile Bonami (che malgrado la fuga a Ellis Island non manca mai di dire la sua su tutto ciò che nell'arte accade in Italia, grazie alla sua collaborazioni con Torino e Venezia) e infine l'assessore Gianni Oliva.
Una polemica dai toni accesi (di oggi il pezzo sulla scelta di Minoli come presidente della Fondazione che gestisce il museo, mentre si fa il nome di Bellini come direttore) nella quale la voce e il pensiero degli artisti non compaiono.
Unicamente Gianni Oliva accenna, in risposta alle critiche, alla necessità di una maggiore apertura di quest'istituzione verso giovani artisti e in direzione di un "rinnovamento nella continuità" (mostre prodotte dal museo e non acquistate altrove, attività didattica ecc...).
Sembra che la gestione del Castello di Rivoli riguardi esclusivamente la critica d'arte, i galleristi, la politica.
Che ruolo hanno gli artisti entro questo quadro? Muti spettatori, sembra.
Mi voglio inserire in tale rumoroso silenzio con alcune brevi considerazioni.
Credo (dal mio punto di vista di artista visivo) sia auspicabile che il nuovo direttore attui un lavoro retrospettivo di chiarimento.
Giustissimo spostare la programmazione di uno spazio che si occupa di contemporaneo verso l'attualità: troppo spesso le istituzioni del settore, quando sono intese in senso rigidamente museale, divengono alibi per non innovare, per non fare ricerca autentica ed anzi, arrivano a trasformarsi quasi in roccaforti dove consolidare posizioni acquisite e avversare, disconoscere i contributi teorici del vero nuovo. Un museo dell'arte contemporanea deve sempre essere anche un po' Kunsthalle ed il rischi sono, diversamente a quanto sostiene Bonami, non tanto di creare doppioni, ma casomai favorire sacche morte, improduttive e conservatrici, poco più che elitari recinti utili come trampolino per la carriera internazionale dei critici.
C'è inoltre da chiarire un punto molto importante, cioè qual'è stata la metodologia attuata dalla Carolyn Christov-Bakargiev nella scelta dei nomi esposti.
Mi risulta che il Castello di Rivoli compaia in quel circuito che "promuove" (su questo punto il loro website non è chiaro) gli artisti presenti in Italian Area, database milanese diretto da un comitato di quattro critici.

http://www.italianarea.it/index_files/italianarea_data/museo.html)

Che spazio è stato dato da Rivoli (finanziato dalla Regione per due terzi) agli artisti non presenti in Italian Area (e a quelli presenti)?

Perché Rivoli figura come una sorta di "amico" di Italian Area?

La Christov-Bakargiev è stata una firma del Domenicale Sole24, foglio dove scrive anche Angela Vettese (presidente della veneziana Bevilacqua la Masa nella quale vediamo le stesse esposizioni in programma a Rivoli, come ad esempio quella su Thomas Ruff), membro del comitato dei critici di Italian Area.
Il nodo è spinoso: di quale idea di contemporaneità un'istituzione pubblica deve farsi promotrice? Restituire al pubblico un'informazione ampia e esauriente, un insieme coerente di fotografie sulla creatività della contemporaneità è cosa assai differente che rappresentare il pensiero di un ristretto gruppo di critici.

Altro mio intervento su Italian Area:

http://tranqui2.blogspot.com/2009/07/italian-area-e-il-dizionario

 
At 11:54 AM, Blogger mute041 said...

I.A documenti #1. Nasce I.A (Exibart, novembre 2004)

Il database è espressione di un archivio che ha avuto una grande influenza nell'arte italiana; il suo successo si spiega, a mio parere, con la schematicità della formula di base. Careof / Italian Area ha rappresentato, nel quadro di un sistema dell'arte in veloce espansione sul territorio, un'idea di arte contemporanea apparentemente "difficile", in realtà facilissima da imitare e riprodurre (dai curatori e critici), un modello di conformismo che con un ossimoro si potrebbe definire manierismo minimalista, centrato su generi immediatamente riconoscibili e non sull'unicità della poetica dell'artista.
Sarebbe interessante svolgere una ricerca approfondita e decodificare tutto il non detto di quelle poche pagine web: assenza di una cronologia sui successivi aggiornamenti, link not found, età degli artisti nell'inserimento nel database, influenza delle gallerie di riferimento, interazione con le istituzioni del "Museo senza centro", modalità dei sostegni istituzionali, metodologie di scelta e modelli teorici....
I dati disponibili non ci dicono se Italian Area preveda scoperte o riscoperte tardive come sempre è avvenuto nella storia dell'arte; parrebbe di no, l'inserimento nel database sembra coincidere con quel momento preciso della carriera degli artisti in cui, nel triste panorama di una cultura italiana completamente condizionata da appartenenze, essi sono costretti a delegare ad una lobby di riferimento la "gestione" del proprio lavoro, sterilizzando al contempo le possibilità creative di un ruolo sociale che resta chiuso nelle maglie strette di un obbediente carrierismo privo di diritto di opinione.
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Da EXIBART, venerdì 28 novembre 2003
Nasce Italian Area.
A oltre dieci anni dalla fondazione dell'Archivio, il Centro di Documentazione Careof & Viafarini propone un nuovo servizio online. All'indirizzo italianarea.it si potrà trovare materiale fotografico e bio-bibliografico degli artisti emergenti dell'ultima generazione. Il database è in costante aggiornamento ed ampliamento.
Italian Area si avvale della consulenza di critici e curatori tra cui Chiara Bertola, Gabi Scardi e Angela Vettese.

 

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